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Tutta un’altra storia – Scienze sociali e gestione pandemica

Siamo un gruppo di scienziate/i sociali, appartenenti a diverse discipline, indipendenti o variamente inquadrati nelle università italiane o estere. Ciascuno di noi è quindi professionalmente abituato ai tempi lunghi della ricerca, alla verifica dei dati e delle fonti, alla responsabilità autoriale, al rigore argomentativo e al confronto con i colleghi. Siamo abituati anche a riconoscere i limiti, gli errori, le storture e la piattezza di narrazioni basate sull’uso opportunistico dei dati, sulla riduzione della complessità e su contrapposizioni manichee – che si tratti della versione mainstream o di narrazioni complottiste.

Proprio per la valenza critica e anti-egemonica delle nostre discipline, riteniamo che oggi chi le pratichi non possa eludere quantomeno una discussione aperta e franca sulle politiche autoritarie, discriminatorie e arbitrarie con cui il governo italiano, e non solo, sta affrontando la diffusione del Covid-19. Siamo coscienti del fatto che gran parte dei nostri colleghi e colleghe, implicitamente o esplicitamente, non abbiano considerato un problema il fatto che il governo abbia puntato esclusivamente sulla campagna vaccinale come via di uscita dalla pandemia. I vaccini anti-Covid sono utili per diminuire l’incidenza di morte e forme gravi di malattia per le persone anziane e/o con maggiori rischi; ma gran parte delle scelte politiche adottate in questi due anni hanno ignorato gli effetti sociali, politici e culturali delle misure prese in nome della salute pubblica.

L’intreccio fra pandemia e gestione della pandemia sta erodendo in profondità il mondo intorno a noi, irrigidendo la struttura delle soggettività che lo abitano e lacerando la trama relazionale fra umani, così come fra umani e non-umani, nonché i rapporti di fiducia e riconoscimento reciproco che chiamiamo “società”. Questa disgregazione avviene proprio quando l’enormità del collasso climatico richiederebbe all’umanità intera di mettere da parte divergenze, conflitti e interessi specifici, nel tentativo di evitare insieme una catastrofe ecologica. Non esprimerci a riguardo significherebbe colludere con la distruzione in corso.

Il discorso mediatico e la pianificazione degli interventi di contenimento della pandemia si sono basati esclusivamente sulle raccomandazioni di un gruppo esiguo e selezionato di specialisti in scienze mediche e biologiche, nonostante sia ovvio che tali disposizioni avrebbero dovuto essere adottate solo dopo un’attenta analisi della loro ricaduta sul tessuto sociale. Il peso soverchiante dato alle scienze biologiche, rappresentate sempre come detentrici di “verità” indiscutibili, ha ridotto il dibattito sulle decisioni politiche a un conflitto immaginario tra settori “pro-scienza” e “anti-scienza”. Un’intera branca della nostra disciplina, l’antropologia medica, sin dagli anni Sessanta studia la costruzione sociale della scienza medica, le definizioni di malattia e salute, gli effetti patogenici e patoplastici delle culture, mostrando con etnografie dettagliate quanto la medicina sia un campo di dibattito e scontro tra visioni culturali e politiche divergenti, spesso sottoposte a forti pressioni commerciali e abituate a legittimare le proprie contrapposte razionalità attraverso l’uso dei dati.

È proprio la consapevolezza dell’origine e destinazione umana dei fatti culturali, come la chiamò Ernesto de Martino, ad imporre che ogni scoperta e avanzamento scientifico, quale lo sviluppo in tempi rapidissimi dei vaccini per il Covid-19, sia sottoposto al vaglio della collettività attraverso la promozione di un dibattito sociale allargato al di là della ristretta cerchia dei tecnici. La politica e il dibattito pubblico sono determinanti strutturali della salute; le politiche sanitarie e la gestione della salute pubblica devono essere costantemente sottoposte ad una critica sociale che reclami il diritto all’interazione tra medici e pazienti, il diritto ad autodeterminare corpi, salute e terapie – come ci ha insegnato la critica culturale femminista – nonché il diritto ad attribuire ai decisori politici la responsabilità delle loro scelte.

per maggiori informazioni: tuttaunaltrastoria.info

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