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STATO D’EMERGENZA

C’è un’emergenza, basta chiacchiere.

C’è un’emergenza, facciamo quello che dobbiamo fare.

C’è un’emergenza, teniamo duro, ce la faremo, ne usciremo migliori.

Lo stato di emergenza è lo strumento politico che giustifica ogni possibile abuso politico: di fronte all’emergenza non c’è da cazzeggiare, fai quello che ti diciamo e non protestare.

Lo stato d’emergenza è stato disciplinato legalmente solo nel 1992 in Italia, ma la storia di questo paese è ricca di precedenti che seguivano la medesima logica.

Possiamo tornare indietro ai cosiddetti anni di piombo, una dozzina di anni caratterizzati da violenza politica e stragi di civili. In questo clima di emergenza, per fare fronte alla minaccia del terrorismo rosso e dell’eversione nera, venne approvata la Legge Reale del 1975 che garantisce poteri speciali alle forze di polizia per la tutela dell’ordine pubblico. Cinque anni dopo, viene varata la legge anti-terrorismo di Cossiga che istituisce il nuovo reato per associazione ai fini di terrorismo con condanne che si aggiungono a quelle per il reato di associazione sovversiva.

C’è un’emergenza, lasciateci fare.

Oggi quegli anni li ricordiamo anche con altri nomi, gli anni delle stragi di Stato e della strategia della tensione. Si tratta delle letture dei complottisti di allora, di coloro che non credevano alle versioni ufficiali riguardanti scoppi di caldaie, anarchici e singoli fascisti isolati e vi contrapponevano una connivenza se non una complicità di vari apparati dello stato. Oggi quelle teorie del complotto le leggiamo nei libri di storia, ma andiamo avanti.

Nel 1989, nuova emergenza: si tratta degli Ultras. Nascono i DASPO che prevedono il divieto, per un soggetto considerato pericoloso, di partecipare a manifestazioni sportive. L’eccezionalità del provvedimento consiste nell’emissione anche in seguito a una semplice denuncia, perché considerato una misura di prevenzione. Il DASPO sarà la base legislativa di provvedimenti analoghi extrasportivi, i fogli di via obbligatori e i DASPO urbani.

Arriviamo infine al primo stato di emergenza globale, quello che segue gli eventi dell’11 settembre e che nel nostro paese si sostanzia nella Legge Pisanu. Nel quadro della lotta al terrorismo internazionale, nuove eccezionalità colpiscono tutti i cittadini senza permesso di soggiorno che possono essere espulsi sulla base di meri sospetti. Più poteri a servizi di intelligence e forze di polizia per combattere il mostro invisibile di al-qaeda.

Terroristi interni, terroristi esterni, tifosi violenti: diversi sono stati i nemici che hanno giustificato gli scatti in avanti delle leggi repressive.

Ma il mostro più invisibile di tutti, invisibile per definizione, è comparso sulle scene all’inizio del 2020. Di fronte a questo nemico -ben più temibile di terroristi e violenti da stadio- lo stato di emergenza si è imposto come orizzonte politico permanente.

Impossibile riassumere la cascata continua di provvedimenti che, di settimana in settimana, ridisegnavano drasticamente la vita collettiva. Lockdown, distanziamento sociale, divieto di circolazione, coprifuoco: ciascuna di queste misure veniva introdotta, dismessa, inasprita o mitigata attraverso decreti ministeriali, atti unilaterali dell’esecutivo che entravano in vigore a poche ore dalla loro presentazione.

Lo stato di emergenza permanente ha realizzato il sogno del potere: un paese governato interamente da leggi speciali.

L’ultimo atto di questa recita è stato l’introduzione del greenpass, l’infame lasciapassare che istituzionalizza lo stato di emergenza in un dispositivo che ne racchiude tutte le logiche.

Tutti i cittadini, tanto i vaccinati quanto i non vaccinati, sono oggi soggetti al possesso e all’esibizione di un lasciapassare per partecipare pienamente alla vita pubblica.

Nello stato d’emergenza, la cittadinanza non è più un diritto fondamentale ma uno status da guadagnare: oggi con due dosi, domani con tre, dopodomani chissà.

Lo stato di emergenza ha infine giustificato uno stravolgimento potenzialmente irreversibile della presunta società democratica. E diciamo presunta perché è la stessa democrazia a consentire allo stato di emergenza di sospendere la democrazia. Mai come oggi la democrazia rappresentativa occidentale mostra la sua natura di guscio vuoto, di spettacolo effimero che mantiene in vita le sue istituzioni, i suoi pesi e contrappesi, che non hanno la minima voce in capitolo sull’organizzazione della vita collettiva.

Lo stato di emergenza si è dimostrato più potente di ogni “anticorpo democratico”, di ogni opposizione, di ogni buonsenso, persino di ogni logica. Procede con la sua di logica, una logica ricattatoria che non ammette repliche: vuoi morire o vuoi fare come diciamo noi?

Di fronte a questo aut aut, ogni obiezione non è soltanto sbagliata, è direttamente criminale. Resistere allo stato d’emergenza è un crimine.

Per questo i droni acchiappavano isolati bagnanti e corridori della domenica. Per questo la postale ricerca reati di opinione sui canali telematici. Per questo gli idranti sgomberano i lavoratori in sciopero. Per questo, nella stessa città, è stato letteralmente vietato il diritto di manifestare. Per questo se ti siedi a Piazza del Popolo con un banchetto ironico rivolto ai potenti della terra vieni portato via con la forza e cacciato dalla città con un foglio di via.

Per questo, oggi, chiamare il presente stato di cose “dittatura” è esso stesso un crimine, un reato di opinione, l’innominabile attuale.

ln effetti, la dittatura ha per lo meno la dignità di annunciarsi, una certa sincerità. Per ora noi lo chiameremo stato d’emergenza.